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Intervista con Paul Pierce

03/10/2007 - Dario Diofebi

Intervista con Paul Pierce

Paul Pierce (foto: Peter Stringer/Celtics)

Torniamo sul campo romano di Fonte Meravigliosa per un nuovo incontro con la stampa dei Boston Celtics. L’allenamento cui ci è permesso assistere oggi è molto più breve del precedente, ma qualitativamente nettamente superiore: una decina di minuti di intenso cinque contro cinque con tutti i titolari in campo. L’attacco sembra funzionare decisamente bene, in particolare nella forma di un pick ‘n roll Pierce-Garnett che si profila inquietante all’orizzonte di ogni difesa NBA, davvero ben fatto: quando Garnett porta un blocco si ha sempre la sinistra sensazione che lo spazio a disposizione del palleggiatore si moltiplichi oltre il naturale e Pierce con tre metri di spazio, beh, può fare parecchi danni.

Dopo l’allenamento, quando ancora molti giocatori intorno a noi si allenano al tiro (superbo “25” da tre punti di Garnett, tra le altre cose), ci è concesso di scendere sul campo per intervistare di nuovo le stelle dei Celtics. Oggi, dopo aver scelto ieri Ray Allen per aprire questa serie di interviste, ci avviciniamo a Paul Pierce.

Come procede quest’esperienza romana, per quanto riguarda ciò che accade fuori dal campo?

Ci rilassiamo, stiamo molto insieme. Domenica siamo stati alla Scalinata di Piazza di Spagna, ci siamo rilassati, abbiamo staccato dal ritmo degli allenamenti. Ci siamo seduti lì come chiunque altro, come gente qualunque.

La gente non vi riconosceva?

Mah, a volte. Voglio dire, non ci sono molti neri qui a Roma quindi si dicono “ehi, dev’essere quella squadra di basket!” [ride]. Qualcuno ci ha riconosciuto, è venuto a farsi delle foto, ma molto meno spesso di quanto succederebbe in America. E’ stato bello stare insieme anche fuori dal campo senza che ci fosse troppa confusione intorno. Comunque c’erano anche molti turisti, molti americani, quindi qualcuno che ci conosceva c’era! Stavamo dicendo ieri: “Quand’è l’ultima volta che siamo stati in giro in pubblico in modo così tranquillo?”. Probabilmente direi al college, soprattutto nei primi tempi: era da allora che non ci succedeva una cosa del genere!

Coach Roy Williams è stato recentemente ammesso nella Hall of Fame. In questa importante occasione, ha ricordato gli anni trascorsi a Kansas, duranti i quali ha allenato quella splendida edizione dei Jayhawks in cui hai giocato. Cosa ha significato per te l’insegnamento di coach Williams, cosa ti ha insegnato?

E’ stato il mio mentore. Mi ha aiutato molto nel passaggio dal college alla NBA, è uno dei migliori coach che abbia mai avuto. Mi ha insegnato ad essere un giocatore di squadra, mi ha insegnato molto di ciò che so sul basket.

Da molti anni ormai giochi nei Celtics, una squadra dalla storia prestigiosa e ricca di successi, eppure molto a lungo il peso di questa responsabilità è stato solo sulle tue spalle. E’ stato frustrante non poter dare ai Celtics i successi che meritano e come ti senti ora che puoi farlo?

Beh, ancora non abbiamo ottenuto nulla. Ho dei compagni che hanno vissuto le stesse sensazioni che ho vissuto io e che hanno gli stessi obiettivi. Ray e Kevin hanno fatto di tutto per le loro squadre, sono stati gli uomini franchigia per anni, ma non sono riusciti a vincere. Ora possiamo unirci e provare a fare qualcosa di grande insieme.

C’è mai stato un momento in cui hai pensato che per vincere avresti dovuto andartene da Boston?

Beh sì, ci ho pensato. Dopo anni di impegno e lavoro duro, quando i risultati non arrivano cominci a pensare “forse non è questo il posto dove posso vincere qualcosa”. Però sono rimasto e adesso spero che nei prossimi cinque-sei anni della mia carriera avrò la possibilità di vincere un titolo e lasciare la mia impronta nella storia dei Boston Celtics.

Cosa puoi dirci dei Toronto Raptors, che sfiderete sabato sera?

Hanno vinto la Atlantic Division l’anno scorso, quindi indubbiamente sono la squadra da battere quest’anno, almeno per quanto riguarda la nostra Division. La nostra squadra è totalmente cambiata rispetto all’anno scorso, mentre loro hanno confermato lo stesso gruppo, sarà una partita interessante, loro hanno una buona squadra.

C’è qualche aspetto del tuo gioco sui cui stai lavorando particolarmente in questo training camp?

Sto lavorando molto sulla mia difesa in 1vs1, è un aspetto fondamentale per vincere le partite. Poter prendere un avversario e stargli continuamente addosso, farlo faticare, sono cose importanti: so di essere forte in 1vs1 in attacco, ma quest’anno il mio obiettivo è di prendere sempre in consegna il migliore attaccante avversario difensivamente e rendergli la vita difficile.

L’attacco sembra già funzionare benissimo comunque.

E’ sempre così. L’attacco viene prima, nel mondo NBA organizzare una buona difesa è la cosa più difficile. Se guardi le squadre migliori in genere sono quelle che difendono meglio, ed alla fine sono quelle le squadre che vincono il titolo. Quindi ora dobbiamo concentrarci su questo. Sappiamo di avere già adesso un grande attacco, se riuscissimo ad avere una difesa di talento come lo è il nostro attacco, beh allora il cielo sarebbe il nostro limite, e noi tutti vogliamo ottenere questo. Abbiamo molti giocatori nuovi, è vero, ma molti di loro sono giocatori esperti, hanno un grande IQ cestistico e capiscono ed imparano le cose molto più in fretta dei giovani.

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