Little Italy n.12 - Uno spopola, uno vince, uno soffre e uno si lamenta
21/03/2009 - Salvatore Satta
Un Mago da 27 punti nella sconfitta contro i Bobcats
Il momento dei 4 moschettieri Italiani, ambasciatori del nostro basket negli USA, è quantomeno altalenante: le buone notizie si mischiano a quelle cattive, in un quadro difficilmente valutabile in maniera globale, che costringe a vedere le singole situazioni una ad una, cominciando magari dalle note liete.
A proposito di note, gran parte di questa rubrica, in questo momento, non può che essere dedicata alla perfetta intonazione della nota Bargnani, attualmente nel miglior momento della sua carriera, per una commistione di condizione fisico-atletica, consapevolezza tecnica e fiducia (propria e dell’ambiente). Sappiamo tutti delle difficoltà che Andrea ha incontrato in questa stagione, tanto da procurarsi sgradevoli appellativi (Bust-nani, con tanto di sito denigratorio e lui simpaticamente dedicato) e poco lusinghieri accostamenti (il più felice lo vedeva come un’edizione più recente di Darko Milicic, quella più triste lo metteva in competizione fra le peggiori prime assolute con Kwame Brown). Dopo capodanno le cose sono cambiate e in questo momento il nostro è il giocatore più in forma dei Raptors (forse è ingeneroso farlo notare, ma comunque bisogna dire che non ci vuole molto, vista la desolazione a cui non si sottrae nemmeno Chris Bosh) e viaggia a cifre da sogno, tali da giustificare almeno in parte la scelta spesa ormai 3 anni fa da Toronto (ovvio che raggiungere Brandon Roy in termini di efficacia e valore sia abbastanza complesso, se non impossibile). Per capirci meglio ricorriamo alle nude cifre, che mai come in questo caso descrivono i passi avanti fatti: nell’anno nuovo il Mago viaggia a 19,8 punti e 6,4 rimbalzi di media, col 47% dal campo, a cui aggiunge il 44% da 3 e l’81% ai liberi. Il confronto con il 2008 è impietoso, basti penare agli 8,6 punti di media di dicembre. Con la qualità cresce anche la quantità e il Mago è passato da un minutaggio che si aggirava intorno ai 26 minuti a circa 35 minuti di utilizzo medio (secondi solo ai 37 giocati da Bosh). L’unico neo, se vogliamo essere pignoli, è l’inflessione avuta a rimbalzo in Marzo, dopo un Febbraio da oltre 7 rimbalzi di media infatti è tornato a cifre piuttosto basse per un 2.13, pur esterno, vale a dire le 5.9 carambole a gara che il Mago ha preso questo mese. Ma i miglioramenti non sono meramente numerici. Bargnani ha mostrato di essersi evoluto tecnicamente e tatticamente, di aver imparato a leggere meglio le situazioni e a sfruttarle a suo vantaggio. La cosa che salta più all’occhio è la fluidità che ha guadagnato nell’attaccare il canestro. Prima tendeva a partire con un’idea e cercare di portarla a termine, qualunque fosse la risposta della difesa, così fioccavano i palloni gettati in aria o verso il canestro, se non direttamente nelle mani del difensore, azioni che i meno attenti attribuivano a difetti di coordinazione, ma che in realtà erano dovute solo all’incapacità di decidere sul da farsi in corso d’opera. Ora non va più dritto per dritto, non parte con un’idea fissa, ma ragiona, legge l’avversario, ne sfrutta gli errori, ha imparato che non per forza una partenza in palleggio deve concludersi con un appoggio, ha imparato a fermarsi e fare arresto e tiro, magari con una finta, anche dal centro dell’area. Più di una volta lo abbiamo visto mandare a farfalle il diretto difensore con un giro sul perno a centro area dopo aver bruscamente interrotto la penetrazione. Ovviamente non è diventato improvvisamente un giocatore perfetto, i passi avanti da fare (quelli che il suo talento suggerisce) sono ancora numerosi, però gli aspetti positivi sono innegabili (fra i quali annoveriamo una maggiore varietà nelle soluzioni offensive, con la riduzione sempre maggiore delle conclusioni da oltre l’arco), tanto che per qualcuno i Raptors cominciano a ritenere Chris Bosh non indispensabile. Forse è un’esagerazione (è pur vero che lo stupendo momento di Bargnani ha fatto andare fuori di testa della gente, tanto che qualcuno ha provato ad analizzare le statistiche del Mago con barba o senza, ottenendo il risultato, scientificamente comprovato, che con la barba Bargnani diventa un campione), ma vista la situazione rosea, non comune agli altri italiani in NBA, per una volta vogliamo sottolinearne solo e unicamente gli aspetti positivi, augurando ad Andrea di continuare senza mai fermarsi nei suoi progressi.
Oltre a Bargnani sorride anche il nostro portabandiera nel campionato universitario: Daniel Hackett. I Trojans avevano condotto una stagione piena di alti e bassi, non abbastanza positiva per strappare forse un invito al gran ballo del torneo NCAA; l’unica speranza di raddrizzare la stagione era quella di vincere l’impervia conference Pacific Ten. Come certamente saprete la missione è stata portata a termine, superando nell’ordine California, i rivali di UCLA e in finale Arizona State. In realtà la finale non si è messa subito bene, tanto che all’intervallo le speranze della squadra di Tim Floyd di agganciare un biglietto per il paradiso sembravano rarefarsi irrimediabilmente; grazie alla stellina DeMarr Rozan e al nostro play pesarese (che ci mette leadership e difesa) i USC torna sotto e alla fine la portaa casa. Hackett sorride doppiamente, perché la giocata decisiva è sua (palla rubata e fallo subito, per i tiri liberi del vantaggio), noi sorridiamo tre volte, perché Hackett è anche nostro. Ora tocca al torneo NCAA (appena iniziato), anche se la vittoria non ha certamente convinto abbastanza per una testa di serie alta (è arrivata solo la 10, per un primo turno contro Boston College), Hackett può comunque lavorare bene per migliorare la sua reputazione, in vista di quell’approdo ai pro che lui sogna e di cui abbiamo parlato nello scorso numero di questa rubrica.
Passiamo alle note negative. Come non incominciare con il povero Danilo Gallinari? Il Gallo aveva cominciato bene il mese di Marzo, con due uscite in doppia cifra nelle prime 3 gare, con l’ottima prestazione dei 17 punti contro Atlanta, frutto fra le altre cose di un 4 su 5 dall’arco, che ha aiutato non poco per la vittoria finale. Dopo ancora 15 contro New Jersey, stavolta in una sconfitta, sempre con percentuali ottime, Danilo ha visto il suo minutaggio scendere sempre più, fino ai 5 minuti giocati contro i Cavs nella sua ultima apparizione stagionale. Inizialmente qualcuno ha ipotizzato motivazioni tecniche, anche perché nonostante le buone prestazioni il Gallo era quasi un oggetto estraneo nel gioco dei Knicks, poco coinvolto e ridotto quasi ad uno specialista. Ma Mike D’Antoni non è certo uno incapace di valorizzare un talento così, dunque è rientrata in gioco la carta delle condizioni fisiche, poi confermata dalla prematura fine della stagione per Gallinari. Già nella terza puntata del suo video blog, Danilo aveva parlato delle sue condizioni fisiche, dicendo di essere al 70% della forma, ma dopo questa dichiarazione deve essersi acutizzato il dolore alla schiena, tanto da suggerire un’interruzione forzata di partite e allenamenti, a favore della fisioterapia e probabilmente di un’operazione. Il Gallo è presto tornato a Milano per curarsi e in un’intervista a SkyTG24 ha dichiarato che l’operazione è sempre più una possibilità concreta. Non ci resta che sperare in una pronta ripresa e guarigione, ben sapendo che questo tipo di intervento è molto delicato.
Meno gravi, ma pur sempre tali, sono i problemi dell’unico italiano che manca all’appello di questa rubrica: Marco Belinelli. Rocky era tornato a febbraio dopo poco più di un mese di infortunio, ma non era riuscito a ritrovare o spazio di cui aveva goduto prima di farsi male, anche a causa della ritrovata salute di praticamente tutta l’infermeria dei Warriors. Nelle prime gare di marzo però aveva progressivamente aumentato il suo minutaggio, fino agli oltre 30 minuti giocati nelle trasferte di Detroit e Milwakee, ripagando la fiducia con prestazioni degne di essere sottolineate, come le quattro gare consecutive i doppia cifra contro TWolves, Bulls e appunto Pistons e Bucks, tirando sempre bene sia dal campo che dall’arco (fatta eccezione per la gara contro Detroit, in cui ad un regolare 1/2 da 3 ha affiancato un rivedibile 38% dal campo). La sfortuna però pare accanirsi in questo momento e Marco deve di nuovo fermarsi per un inopportuno problema all’alluce, che lo tiene fuori per un’altra manciata di giorni. Al suo ritorno lo spazio conquistato sembra essere di nuovo scomparso, per l’ennesima volta Belinelli si ritrova a dover cominciare da capo e a guadagnarsi fiducia. La situazione ovviamente sembra grottesca, a Marco infatti non viene concesso praticamente nulla, ogni volta che succede un contrattempo la tela viene disfatta e lui si ritrova a doverla tessere da capo, come se tutto ciò che ha dimostrato in precedenza non abbia valore o non sia abbastanza. Giustificabile dunque una certa frustrazione, infatti, dopo due gare da 25 minuti complessive (contro le cugine di LA), Marco si è lasciato andare in uno sfogo alla Gazzetta dello Sport, in cui si è lamentato del minutaggio e delle porte che si chiudono immancabilmente ogni volta che lui le apre, un’amarezza tale da ritenere opportuno discutere la faccenda col suo agente e da parlare di un eventuale futuro lontano da San Francisco. Non sappiamo se in California leggano la rosea o se lo faccia Don Nelson, ma la partita successiva all’intervista il tabellino di Belinelli contro Phila recitava un laconico “DNP – COACH’S DECISION”. Non resta che aspettare per vedere se i problemi si risolveranno (Marco si lamenta proprio del fatto che non capisce esattamente le motivazioni del suo scarso utilizzo, come succedeva ad inizio stagione) o se il sosia di Stallone si dovrà impegnare l’anno prossimo per mettersi in mostra davanti ad eventuali interessati.
Fortune e sfortune, dunque, per l’NBA tricolore, noi possiamo solo augurarci che continui così chi sta avendo successo e che possa risolvere tutti i suoi problemi chi in questo momento ha meno da sorridere.
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