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Il Borsino Speciale: quotazioni di metà stagione (2a parte)

21/02/2010 - Salvatore Satta

Il borsino NBA Il Borsino Speciale: quotazioni di metà stagione (2a parte)

Iverson si dispera... e fa bene!.

 Continua il Borsino riassuntivo di metà anno, stavolta tocca ai cattivi!

 

 

CHI SCENDE...

 

The Iverson Effect

Abbiamo imparato a conoscere l'effetto Billups, ora possiamo passare all'effetto Iverson. Ammettiamo fin dall'inizio che tutto ciò è ingeneroso nei confronti di un giocatore straordinario come il folletto da Georgetown, che ha fatto epoca nella NBA, scrivendo alcune luminose pagine della storia della Lega e dei Sixers in particolare, ma è innegabile che Ive attualmente sia un giocatore che rasenti il danno, piuttosto di dare vantaggi alle squadre che possono schierarlo in campo. Partiamo da lontano: l'ultima stagione completa di Ive a Phialdephia risale al  2005-2006; con i Sixers che concludono la regular con un record negativo, senza arrivare ai PO.

L'anno dopo gioca 15 gare con 76ers, per poi trasferirsi a Denver in cambio di Andre Miller; Il record di Phila con Iverson era di 5 W e 10 L (33% di vittorie, altre 2 L arrivarono col 3 assente), mentre dopo il suo addio seguirono 30 vittorie e 35 sconfitte (46%), in netto progresso. A Denver, in 50 gare giocate, arrivarono 26 W e 24 L (Allen assente 9 partite, finite con 5W e il 54% di vittorie), un 52% di W che significava un'inflessione sensibile rispetto al 60,8% ottenuto prima del suo arrivo, inoltre l'anno prima, i Nuggets avevano messo assieme una stagione da 54% di W.

La stagione 2007-2008 è una buona annata, che lo vede giocare un intero anno a Denver, con 50 vittorie in regular season, giocando tutte e 82 le partite. Il 2008-2009 è invece una nuova stagione tronca, perché dopo 3 gare viene impacchettato e spedito a Detroit, in cambio di Chauncey Billups; nelle 3 gare (che, precisiamo, sono troppo poche per essere anche un minimo indicative) 2 L e una W al supplementare contro i Clippers, ma con Chauncey, Denver colleziona ben 53 W e 25 L (67,9% di W), chiudendo la stagione col secondo record della Western, in un trend ancora positivo dopo l'addio di Ive. Nel frattempo Detroit, che aveva 4 W su 4 gare giocate senza Iverson, ne vinse solo 24 con lui in campo, perdendone ben 30 (44,4%), e nelle 24 gare che Ive mancò per problemi fisici, arrivarono 11 W e 13 L (45,8%), ancora una volta in miglioramento rispetto a quelle in cui Allen era presente. Il contratto di Ive scade e Detroit decide di non puntare su di lui, Ive dichiara apertamente di non voler fare il sesto uomo e nessuna squadra si interessa a lui, finchè non si fa avanti Memphis, con cui Allen avrà un rapporto conflittuale, probabilmente proprio per via del suo ruolo in squadra. Ive si trova a fare il backup di Mike Conley Jr, non esattamente Oscar Robertson, e non la prende bene, disertando allenamenti e partite della squadra. La sua permanenza a Memphis dura 3 gare effettive, in cui arrivano 3 sconfitte e, al momento di salutare definitivamente la squadra, i Grizzlies hanno 5 L e una sola W; a Memphis come cambio di Conley arriva Tinsley e Memphis fa registrare 26 W e 22 L (53%), diventando una protagonista della lotta ai PO dell'Ovest. L'unica squadra che cerca Ive è Phila, in un tentativo di amarcord, che però non riesce molto bene, visto che i Sixers, 5-15 fino a quel momento, migliorano vincendone 10 su 25 con Allen in campo (40%), ma con risultati comunque più bassi della loro stagione precedente, conclusa col 50% di vittorie.

In poche parole, senza voler dare tutte le colpe ad Iverson, la sua presenza non è più sinonimo di vittoria, ma anzi, persa la freschezza fisica che esaltava le sue qualità tecniche e il suo stile di gioco, oggi Ive è un giocatore di complicato inserimento in un contesto di squadra, anche per un carattere non facile, è per questo che l'effetto Iverson in questa metà stagione è un titolo in netto ribasso!

 

 

Defectives blazers

Non ci sono fornelletti difettosi, fortunatamente, e nemmeno giacche a vento, gli unici blazer che non funzionano sono i Trail Blazers. Non è una novità ma non per questo non dobbiamo parlarne: i Blazers hanno perso la nomea di squadra fortunata, ottenuta di diritto dopo aver pescato la scelta numero 1 al draft 2008 (a posteriori la prima scelta non fu proprio una fortuna, ma questa è un'altra storia), nel momento in cui i loro giocatori hanno iniziato a decimarsi con una velocità tale da ricordare i demoni di un livello di Doom. Facciamo un breve quanto schematico riassunto:

Nicholas Batum: 45 gare saltate per un infortunio alla spalla destra subìto il 28 Ottobre, è tornato il 25 Gennaio; Rudy Fernandez: 19 gare saltate per un problema alla schiena venuto fuori il 5 Dicembre nella gara coi Rockets, è tornato il 13 Gennaio; Travis Outlaw: fuori per un tempo indefinito dal 16 Novembre, è stato ceduto ai Clippers sulla trade deadline ma non è ancora tornato in campo; Jeff Pendegraph: 29 gare saltate per un infortunio all'anca ad inizio stagione, tornato disponibile il 22 Dicembre; Joel Przybilla: fuori per un tempo indefinito dal 23 Dicembre a causa di un problema al tendine rotuleo; Greg Oden: fuori per tutta la stagione dall' infortunio al ginocchio sinistro del 6 Dicembre (data in cui viene operato), dopo sole 21 gare giocate, il suo infortunio si aggiunge a quello che l'ha tenuto fuori per tutto l'anno passato; Brandon Roy: 15 gare saltate, di cui 12 consecutive, per un problema al tendine del ginocchio, è tornato in campo il 16 Febbraio ma è ancor ain condizioni fisiche non ottimali.

Come se non bastasse, anche il coach McMillan è riuscito a rompersi il tendine d'Achille durante un allenamento, e ha dovuto saltare un buon numero di partite, sostituito dal capo assistente Dean Demoupolos (e l'assistente Maurice Lucas è tutt'ora alle prese con un tumore che gli è stato trovato nel corso della stagione, che lo costringe a stare lontano dal suo lavoro). Per Portland è l'apoteosi della sfiga e, pur non avendo una memoria da elefanti, possiamo tranquillamente sostenere che non ci sia mai stato un caso simile nella storia della Lega. I problemi di salute dei Trail Blazers, fino a  questo momento vanno decisamente giù.

 

 

Wade scream

Dwyane Wade è uno dei miglior giocatori della NBA. Volendo restare fra gli esterni, parliamo di un top 4, con classifica da ordinare a proprio piacimento (James, Bryant e Durant  gli altri nomi), il suo curriculum parla per lui (anello, MVP delle finali, ora anche dell'All Star Game) e ad oggi è uno dei pochissimi giocatori in grado per la sua squadra di mutare il corso di una stagione da solo. Fatta questa doverosa premessa, utile per non essere accusati di sottovalutare questo splendido campione, liberi da ogni possibile rimorso, possiamo dire che la stagione di Dwyane non è una stagione da campione. Non parliamo di numeri (che comunque dicono meno punti, rimbalzi, assist, stoppate e rubate rispetto all'anno scorso, peggior percentuale dal campo, da 3 e ai liberi e più perse e falli commessi, oltre a una percentuale di W leggermente minore), parliamo di approccio alle gare, alla stagione e al gioco. Wade ha cominciato a lamentarsi fin da inizio anno, è stanco di trascinare da solo una squadra che dipende esclusivamente dalla sua capacità di fare pentole e coperchi, vorrebbe poter lottare per qualcosa, potersi prendere dei momenti di riposo in campo e non avere un intera franchigia sulle spalle. Anche il rivale Lebron, pur essendo il deus ex machina dei Cavaliers, ha attorno a se un cast sensato, che ne valorizza i pregi e tenta di coprirne i difetti, che punta a qualcosa di grosso ed è stato messo assieme con costrutto e progettualità (ora più che mai, con l'arrivo di Jamison). Wade ha assunto così un atteggiamento indolente in campo, pur raccogliendo sempre numeri al top e continuando ad aiutare la squadra nelle vittorie, ma non è più l'agonista di un tempo, sembra mancare la voglia e la fame, come se un campione potesse permettersi di scioperare, aspettando vacche più grasse. Non è l'atteggiamento del leader vero e l'ex Marquette ha suscitato critiche anche fra i suoi fan. Ora Dwyane deve farsi perdonare qualcosa, in questa stagione o nella prossima, in cui non è improbabile cambi aria o venga al contrario raggiunto da qualcuno della sua stessa caratura. Qualunque cosa succeda, non è così che si comportano i campioni squadra, compagni e tifosi vanno rispettati (anche perché lo stipendio non sciopera), però gli errori sono concessi a chiunque, è per questo che estraiamo solo il nostro cartellino giallo per Wade e la sua rivedibile metà stagione all'insegna del lamento, i quali attualmente sono protagonisti di un inesorabile ribasso!

 

 

All Senseless Game

Acronimo: ASG, partita priva di alcun senso. Stiamo ovviamente parlando dell'All Star Game, o più ampiamente, dell'All Star Weekend, che quest'anno ha toccato livelli mai raggiunti di inadeguatezza. Stavolta non vogliamo fare alcuna premessa accomodante, perché la partita delle stelle e il suo contorno ci hanno ampiamente stufato. I motivi sono vari (ma potrebbero essere riassunti dalla gara di Horse come momento più entusiasmante dell'edizione 2010): intanto è ben chiaro che un'esibizione non può avere l'intensità di una gara di play off, però siamo già costretti ad assistere a strazianti matinée, il più delle volte spettacoli di pallacanestro indecenti, e in generale la regular season offre troppe volte gare dall'agonismo agonizzante (e non ci scusiamo per il gioco di parole), per cui assistere al Rookie vs Sophomore Game, una partita che potremmo collocare un paio di livelli sotto lo streetball freestyle, come espressione di pallacanestro giocata, diventa la goccia che fa traboccare il vaso. La gara non è mai stata qualcosa di eccezionale, e l'integrità del gioco subì un grosso colpo già quando i simpatici Lebron e Melo, avversari nella sfida del 2004, pensarono bene di fare i compagni di squadra in un'azione, con James ad alzare l'alley oop per Anthony, in una delle peggiori pantomime viste su un campo da basket (Ricky Davis che tira e sbaglia nel suo canestro per andare in tripla doppia è ovviamente fuori gara), però finche ad esibirsi erano solo i rookie era una vetrina interessante, soprattutto per quei giocatori che non avevano troppo spazio nelle loro squadre, e pur non avendo gare epocali, si poteva assistere ad una partita con giocatori che ce la mettevano tutta. Ora lo spettacolo è deprimente e quasi 270 punti complessivi in 40 minuti sono davvero più adatti al circo che alla NBA. L'altro problema è che è diventato assurdo anche il contorno: prima di tutto i big disertano facilmente il Dunk Contest, tradizionale momento clou prima delle All Star vere, che in passato ha visto sfide fra giocatori del calibro di Jordan e Wilkins, inoltre da quest'anno chi vi partecipa ha abbastanza palesemente scordato di fare un minimo di preparazione, costringendoci ad assistere a performance ridicole come le schiacciate di Shannon Brown su passaggio di Kobe e di Gerald Wallace in reverse, che ci fanno capire come il Vince Carter che manda tutti a casa dicendo "It's over" alla telecamera sia in realtà ben più lontano dei 10 anni che testimonia il calendario. Riguardo la partita delle stelle, i dubbi più che dall'esibizione in se, nascono grazie ai rappresentanti scelti per tale esibizione: abbiamo sopportato e continuiamo a sopportare la totale inaffidabilità dei votanti, che pur di vedere il loro idolo in cima alle graduatorie di voto, passano sopra anche al fatto che non abbia praticamente mai messo piede in campo in stagione (McGrady ad esempio), ma è davvero dura passare sopra all'inettitudine delle convocazioni per la panchina di quest'anno, che hanno portatoJosh Smith a vedere lo spettacolo da casa, mentre David Lee vi partecipava allegramente, e hanno permesso a Jason Kidd di collezionare una nuova presenza, con uno Scott Brooks a caso nemmeno troppo lontano. Dello Skill Challenge non parliamo, se non per dire che le buffonate (graditissime) di Nash sono l'unico motivo buono per guardarlo. Si salva la gara del tiro da 3 punti, capace ancora di regalarci l'unica ventata di pallacanestro del fine settimana. Non vogliamo sembrare troppo snob, ma l'All Star Weekend quest'anno è un titolo in picchiata.

 

 

Eastern diffidence

L'ardito gioco di parole del titolo (conference-confidence-.diffidence... è pessimo, lo sappiamo, ed è ancora più pessimo uno che spiega i giochi di parole) significa solo che, Cavs a parte, tanto per cambiare abbiamo una Eastern Conference capace di dare tutto tranne che garanzie di qualità, quest'anno molto meno che in passato, in cui almeno due o tre squadre emergevano dalla melma per giocarsi plausibilmente l'anello. Stavolta non solo abbiamo un livello medio obbrobrioso, soprattutto nelle squadre di metà classifica, quelle che si contendono i posti PO senza vantaggio del fattore campo, ma anche le franchigie dal secondo al quarto seed sembrano aver subito un involuzione che le rende pretendenti al titolo più improbabili che in passato. Boston, nonostante la W recente contro i Lakers, pone più dubbi che certezze, soprattutto sulla tenuta fisica di alcuni uomini e su quella psicologica di altri (Nate Robinson riteniamo non sia MAI una risposta convincente alla domanda "cosa mi serve ancora per vincere?), Orlando sembrava poter dare aCarter l'agognata opportunità di vincere, invece sembra sia Carter che la vuole negare ai compagni, reduci dalla finale dell'anno passato, Atlanta procede a singhiozzo, ma la mancanza di quell'elemento in più per puntare in alto è qualcosa di più di una sensazione. Il vero disastro è come sempre quello delle seconde linee, con Toronto quinta che ha la stessa percentuale di vittorie di Portland ottava a est, con 6 squadre sotto il 40% di W, contro le 3 della Western, con Charlotte ottava mentre sarebbe 12esima a ovest, con New Jersey sotto il 10% di vittorie. Purtroppo è un discorso che facciamo tutti gli anni e cominciamo a diventare monotoni, ma finchè le cose non cambiano (magari con un intervento dall'alto, che rimescoli conference e division) la Eastern Conference non può che andare al ribasso nelle quotazioni di questo borsino. DOWN!

 

 

IL BORSINO DEI GIOCATORI:

Chi sale: Kevin Durant, Derrick Rose, Rudy Gay, Stephen Curry, Andrew Bogut, Andrea Bargnani

Chi scende: Andre Iguodala, Pau Gasol, Dwyane Wade, Al Harrington, Hedo Turkoglu, Vince Carter

 

 

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